Più Gelmini e meno fondi
Non sono i soldi a pioggia a far risollevare gli atenei
La riforma dell’Università proposta dal governo Berlusconi è stata approvata ieri dalla Camera. Al centro delle proteste ci sono le risorse: secondo i contestatori, sarebbero infatti troppo esigue quelle destinate agli atenei e al sistema dell’istruzione in generale. Ma le cose stanno veramente così? di Antonello Cadinu e Marco Valerio Lo Prete Leggi Liberamente obbligati a protestare Leggi Quel che gli studenti non sanno - Leggi La Camera approva la riforma Gelmini
18 AGO 20

In realtà sempre più osservatori sconfessano, dati alla mano, l’equazione “più soldi uguale più qualità”. L’ultima smentita del mantra arriva da un rapporto pubblicato in queste ore da McKinsey, colosso americano della consulenza. L’analisi, basata sugli indici Pisa (Programme for International Student Assessment), calcolati dall’Ocse per valutare l’apprendimento degli studenti, prende in esame 20 stati con diversi tipi di sistema scolastico (debole, buono, ottimo, eccellente) accomunati però da un costante miglioramento. L’analisi dimostra, attraverso una correlazione tra valore dell’indice Pisa e spesa per studente in migliaia di dollari, che è possibile migliorare il sistema scolastico non tanto con continue iniezioni di liquidità, ma attraverso una serie di riforme mirate.
Lo dimostra per esempio il fatto che tra il 2000 e il 2007 gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno aumentato i finanziamenti alle scuole superiori rispettivamente del 21 e del 37 per cento, eppure entrambi hanno visto peggiorare la capacità d’apprendimento dei propri alunni. Se si escludono infatti quei paesi in cui il traguardo da raggiungere è ancora quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto – spiegano gli esperti di McKinsey – un istituto in affanno potrà migliorare la sua posizione solo con migliori sistemi di insegnamento, mentre una realtà caratterizzata da buoni risultati accrescerà la sua competitività ricercando un corpo docente più qualificato. Così, per esempio, hanno incrementato la qualità del loro servizio alcuni istituti degli Stati Uniti, le scuole della Sassonia in Germania e quelle delle tigri asiatiche (Singapore, Hong Kong, Corea del sud).
Nel rapporto, l’Italia non viene direttamente presa in esame, tuttavia dallo studio emergono alcuni dati. Il nostro paese spende tra i 7 mila e gli 8 mila dollari per studente, classificandosi, secondo l’indice Pisa, come un buon sistema scolastico. A parità di spesa però, lo stato canadese dell’Ontario e l’Olanda ottengono performance migliori, e con la medesima cifra la Finlandia ha raggiunto l’eccellenza mondiale. Discorso analogo si può fare per l’università. Come ha spiegato Andrea Graziosi in un libro appena pubblicato dal Mulino (“L’università per tutti”), “una laurea italiana costa alle famiglie quasi la metà di quella garantita da Harvard, e più di quella assicurata da altre ottime università americane”. Per questo, nonostante Graziosi non manchi di muovere critiche alla riforma in discussione, “il primo obiettivo dovrebbe essere quello di migliorare l’uso delle risorse già oggi disponibili, tanto di quelle dello stato quanto di quelle delle famiglie”.
Nel rapporto, l’Italia non viene direttamente presa in esame, tuttavia dallo studio emergono alcuni dati. Il nostro paese spende tra i 7 mila e gli 8 mila dollari per studente, classificandosi, secondo l’indice Pisa, come un buon sistema scolastico. A parità di spesa però, lo stato canadese dell’Ontario e l’Olanda ottengono performance migliori, e con la medesima cifra la Finlandia ha raggiunto l’eccellenza mondiale. Discorso analogo si può fare per l’università. Come ha spiegato Andrea Graziosi in un libro appena pubblicato dal Mulino (“L’università per tutti”), “una laurea italiana costa alle famiglie quasi la metà di quella garantita da Harvard, e più di quella assicurata da altre ottime università americane”. Per questo, nonostante Graziosi non manchi di muovere critiche alla riforma in discussione, “il primo obiettivo dovrebbe essere quello di migliorare l’uso delle risorse già oggi disponibili, tanto di quelle dello stato quanto di quelle delle famiglie”.
“Spendere di più senza cambiare le regole, anzi gli incentivi, non avrebbe senso”, dice al Foglio Roberto Perotti, docente all’Università Bocconi e autore del libro “L’università truccata” (Einaudi). Qual è dunque la direzione da prendere? “Non si tratta di aumentare i fondi, ma di imitare il sistema inglese, con ‘review’ triennali e indipendenti sulle spese dei singoli dipartimenti universitari – spiega l’economista – Solo alla luce dei risultati, poi, si assegnano o si tolgono le risorse”. Su questo fronte la riforma Gelmini, sostiene Perotti, è troppo timida: “La legge non peggiora la situazione, ma la montagna ha partorito un topolino”. Di diverso avviso Francesco Giavazzi, che ieri sul Corriere della Sera ha elencato i punti di forza della riforma: abolizione dei concorsi, più meritocrazia nel reclutamento, governance degli atenei meno autoreferenziale, l’assegnazione di una parte dei fondi in base ai risultati. “Una riforma da difendere”, secondo l’editorialista del Corriere. Più per le regole che introduce che per i soldi che distribuisce.
di Antonello Cadinu e Marco Valerio Lo Prete